di Gesualdo Bufalino
dal catalogo della mostra “Brancato, Di Stefano, Fava, Micieli” del 1980 al Centro Servizio Culturale del Comune di Comiso.

Non c'è forse concetto evasivo e fuorviante come il concetto di geografia culturale. Del quale si fa correntemente uso, abuso e sopruso, sia che lo si faccia servire da sgabello alle candide vanità di paese, sia che lo si costringa ad omologare sotto la comoda vernice dell'ethnos le più contraddittorie e irriducibili opere della creatività  individuale. Si dice questo per mettere le mani avanti ed escludere in anticipo che la mostra di Brancato, Di Stefano, Fava e Micieli voglia alludere a un manifesto unitario di "arte iblea" e coniugare all'ombra di uno stemma comune un'impossibile complicità di scuole, stili e storie diverse. Con tutto ciò una cosa i nostri quattro artisti condividono appieno, ed è la bravura fisica del mestiere, cioè da un lato l'esatta abilità della mano che modella, dipinge, disegna, accarezza o violenta una materia condiscendente o ritrosa; dall'altro l'abilità dell'occhio, quella che consente infallibilmente di concentrare lo spiraglio luminoso della propria lanterna cieca sull'unico oggetto privilegiato, sia esso un'ombra o una roccia, da rubare e imprigionare nel manufatto sensibile. Quattro artisti autentici, dunque, e di decoro incontestabilmente nazionale, fra i più valorosi che sia possibile incontrare nel giro di molti chilometri, qui attorno. E comunque idonei a far da piloti, pur nella loro patente divaricazione, per chi voglia navigare senza spavento nel mare dell'arte contemporanea e ne tema le secche,  gl'inganni alterni delle maree, le tante Scilla e Cariddi. Quasi didascalicamente, infatti, e come meglio non si potrebbe, essi esibiscono il senso e l'incantesimo contrapposto delle proprie scelte di campo, rendendole esplicite perfino al più innocente visitatore che, armato solo della propria miopia, si trovi a varcare le soglie dell'esposizione, ignaro se dietro l'angolo lo aspetti, per mangiarselo, la Sirena della Figura o l'Orca dell'Astrazione. Ora a costui essi spiegano che la realtà conta almeno due facce. la diurna e la notturna; e che essa non è solo senso e colore, ma anche calcolo e geometria; non solo vista, ma anche visione. E che dunque non fa meraviglia se un artista è asettico, avaro di gesti come un chirurgo; e un altro s'insudicia, gronda, odora di vita; se taluno torna ogni giorno a tracciare su lavagne di luce le verginee sezioni auree del suo oltremondo d’idee; mentre a un altro non bastano tutti i muri della terra per scriverci sopra in succulenti graffiti le mille depravazioni, allegrie e sommosse della storia e della memoria.

Dell'una e dell'altra di queste condizioni espressive, o di due insieme, partecipano gli evangelisti del nostro quartetto. E diremo, di Brancato, che nella sua galleria di sembianze muliebri, percorse sottopelle da un eros segreto, si sigilla un approdo sontuoso di tanta nobile pittura del novecento. E' una pittura che stilizza e incantesima i corpi, le facce, i paesi, in modulatissimi impasti di tinte, ora fulve, ora viola, ora nere. II colore vi si fa carne, stoffa, sguardo; la sensualità vi respira, addolcita in carezze ombrose, lasciando trapelare, come dietro una veletta, il lievito e l'accensione d'una recondita felicità. Arte senza spasimo, dove par di sentire come una debole eco della lezione dei tardi maestri del postimpressionismo (di un Bonnard, di un Vuillard. per esempio) rivisitati e prosciugati: per quel gusto di brace nascosta, di calore speso e frenato un attimo prima che debordi e deflagri il sugo morbido dei suoi pennelli.

Per  Di Stefano altro discorso: a lui dovremo chiedere l'invenzione dl un paese “autre”, di un mondo di macchine, cieli, astri immaginari, in cui la tragica monotonia del "seriale" denunzi, attraverso qualche  mancamento o sgarro, le tracce di chissà che oscuro disastro. Le sfere, le lamiere, i tubi allineati in fantasmatiche file, non sono, o sono debolmente, la metafora dl una technè disumana, ma alludono a taluna misteriosa epifania  dove dell'uomo, dei suoi grumi carnali, non sopravvive più nulla, ma solo regna, tra geli e silenzi, una sorta d'estasi matematica, insidiata appena, in quelle sideree canne d'organo, dalla quasi inudibile musica delle sfere. E' un mondo senza sangue, ma chi spia può scoprire, in quella parata di presenze immobili e diacce, un brulichio di vita e quasi una strategia di sistole e diastole, antica com’è antico il cuore dell’uomo.

Micieli è scultore: scultore tutto, dalla punta dei piedi alle radici dei pochi capelli. Scultore di marmi, bronzi, legni, terrecotte, di tutto quanto in natura esiste che si offra a prensili dita per essere tradotto e assunto in figura. Poiché lo scultore è veramente il legislatore del caos, l'imitazione terrena e dolorosa di Dio. Ora appunto le opere di Micieli vogliono sommessamente – ma con quanto risentita e religiosa tensione - essere questo: una famiglia di creature viventi e ferite: profughi, emigranti, reietti e rottami urbani, che il patimento smagrisce ed essenzializza fino a farne patetici cristi schiodati immersi nel pattume dell'esistenza. Senza nessuna  concessione alle lacrime, però:  tanto Micieli, dopo una parabola di belle e fruttuose  esperienze, ha guardato, riascoltato, ruminato gli antichi maestri toscani del suo fertile apprendistato. derivandone quell'asciutto arcaico rigore dove si spengono, come su una spiaggia, le tentazioni dell'espressionismo.

Clemente Fava, il più giovane dei quattro, è adulto quanto loro. Per la intelligenza critica, lo scatto nativo a invadere il foglio bianco col più brulicante e mirabolante contagio di segni che sia dato vedere. Disegni a penna, ma che, meglio di qualunque minuziosa acquaforte, parlano un alfabeto di geroglifici e rune in cui par di leggere il disordine e l’ordine stesso a cui obbedisce una treccia di arteriole in un occhio. Solo che da questi segni un universo nasce, di esseri scortecciati, umiliati, di uomini degradati alla miseria vegetale, di minerali promossi alla sofferenza umana; tutto uno sgorgo e ingorgo di materia vitale, un Sub·Io che Fava colloca contro sfondi di abbacinante negrezza, ora su un metafisico piedistallo, ora fra le quattro mura d'un cubo  ch’è la stessa sinistra prigione dell’universo. Un'arte, la sua, inscritta esistenzialmente nell'oggi, un'arte moderna, come moderna  è l’arte degli altri tutti, se modernità vuol dire aderenza alle ragioni autentiche dell'ispirazione.  Sicché la loro società non è solo un'alleanza estemporanea di amici ma significa la riaffermazione di un raro privilegio creativo che serve a congiungere, mediante un ponte d'aria, più reale di altri, millantati, di ferro, la nostra provincia e l'isola intera al cuore, vicino ormai, dell'Europa.

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