I ritratti di Micieli

di Paolo Nifosì

Mi capita molto spesso che, nel conoscere le opere di uno scultore, mi sento coinvolto quasi sempre dai ritratti, dai busti; forse perché, nel farli, lo scultore ha poche possibilità di sfuggire al soggetto che ha davanti, con dei committenti che non chiedono interpretazioni ma la restituzione dell' aspetto fisico  e fisionomico. Forse affrontare un ritratto è uno dei primi obiettivi di uno scultore; mi accorgo che è quasi immancabile nella fase giovanile, nel momento della scoperta della scultura, della forma plastica, quando le idee sull'arte come mimesi sono ancora prevalenti, prima della ricerca di uno stile.

 

Poi intervengono altri fattori, il confronto con le culture dominanti, con le tendenze, la voglia di sperimentare linguaggi e il percorso di ognuno diventa altra cosa, entra in un contesto più articolato, in cui il rapporto immediato viene a perdersi. Ma c’è chi quel primo incontro con la scultura non l'abbandona, percorrendo itinerari paralleli, per ubbidire quasi al bisogno  del confronto con la cultura formale del tempo per un verso, e al bisogno di confrontarsi con la vita in modo più diretto per l'altro. La seconda via sembrerebbe essere un fatto privato, uno stabilire rapporti e relazioni affettive familiari e amichevoli in opere che entreranno in un circuito galleristico, ma che saranno  memoria e ricordo di familiari. 



Questo itinerario ha antiche origini e non riguarda  soltanto la scultura ma anche la pittura. E’ ancora recente il ricordo della bellissima mostra romana dei ritratti del Fayyu'm con quella eccezionale galleria di ritratti su tavola che forano il tempo storico più di tantissimi dipinti e di tanti mosaici romani. E lo stesso dicasi dei ritratti romani in scultura, documenti ancora vivi di quella realtà, come pure dei ritratti rinascimentali. Non si vuole qui fare una storia del ritratto. Si vuole osservare che quei ritratti, nati come fatti privati, hanno una non comune forza comunicativa, e vincono con più facilità la caducità del tempo.

 

Queste riflessioni riesco finalmente a scriverle proprio guardando i ritratti realizzati da Giuseppe  Micieli. Nel suo vasto corpus di opere, infatti, c’è un gruppo di ritratti in terracotta che, se da un lato entrano a pieno titolo nel tempo storico in cui sono stati fatti, nello stesso tempo penso che abbiano una  notevole resistenza nel tempo, collegandosi con i ritratti di altri momenti storici. Il segno del tempo viene dato dall'acconciatura, dal taglio dei capelli. La sapienza, l'abilita tecnica, il mezzo posseduto si rivela nella modellazione della terracotta con quanto è stato acquisito dalla cultura plastica del primo Novecento nell'uso del colore: il resto è affidato al rapporto diretto di fronte al volto della figlia, della nipote, della moglie, degli amici, dei figli degli amici.

 

Non so in che misura si possa esprimere la personalità, il carattere nel rappresentare un volto, per quanto la cultura della fisiognomica abbia più secoli. E più facile esprimere un sentimento particolare di un momento. Non penso sia importante cogliere I' intera personalità nei volti dei ragazzi, dei bambini modellati da Micieli: si percepisce la pelle delicata, la linea modulata di un profilo, la serietà che assume uno sguardo. E’ il dato degli anni a dare il senso al volto, la prorompente bellezza giovanile, la bellezza perduta nella maturità, nella vecchiaia. Non c’è dubbio che il tratto preminente è la verosimiglianza, che si pone apparentemente in contrasto con le stilizzazioni evidenti in altre opere di soggetti di varia natura.  Ma la verosimiglianza da sola non basterebbe. E’ termine non sufficiente a giustificare l'attrazione che provo per questi ritratti: forse un frammento di vita è stato chiuso dentro a queste terracotte, un frammento di energia di memoria e di speranza è stato impastato con l'argilla.    



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